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Fonti di Energia di Origine Fossile · Ingegneria del Combustibile Nucleare ·
· IL REATTORE NUCLEARE NATURALE DI OKLO · Nicola Cerullo - Guglielmo Lomonaco - Vincenzo Romanello ·
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INTRODUZIONE ·
spiegazione
scientifica del fenomeno ·
evoluzione
storica del sito di Oklo ·
Conclusioni ·
Bibliografia ·
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INTRODUZIONE
Qualche
anno dopo l’accensione da parte di Enrico Fermi della prima pila atomica
della storia (avvenuta il 2 dicembre 1942), gli scienziati cominciarono ad
investigare sull’arricchimento dell’uranio, considerando campioni provenienti
da centinaia di siti diversi; il valore universalmente riscontrato del
rapporto fra U235 ed U238 è oggi di 0.007202±0.00006
(valore riscontrato anche nelle rocce lunari)[1]. Il
2 giugno 1972 nell’impianto francese di produzione del combustibile nucleare
di Pierrelatte fu rilevato che alcuni campioni dell'uranio proveniente dal
giacimento di Oklo, nel Gabon (Africa equatoriale) aveva un arricchimento di
0.00440. Tale circostanza suggerì la presenza di un inatteso fenomeno.
All’inizio si pensò che inavvertitamente del combustibile esausto fosse
finito nell’impianto, ipotesi però subito scartata a causa dell’assenza del
forte campo di radiazioni che in tal caso sarebbero stato presente. Un esame
approfondito del fenomeno ha portato alla conclusione che si trattava delle
conseguenze di un bruciamento dell'U235 in seguito a reazioni di
fissione avvenute in una sorta di reattore nucleare "naturale". In
seguito si rilevò che si sarebbe trattato di ben 17 reattori nucleari
naturali sotterranei. Successivamente ne è stato scoperto un altro a
Bangombe, sempre nel Gabon, a 35 Km dal sito di Oklo. Spiegazione scientifica del fenomeno Come
è potuto avvenire questo straordinario fenomeno? La spiegazione risiede nei diversi
periodi di dimezzamento dell’U235 (fissile) e dell’U238
(fertile), rispettivamente 7.04∙108 e 4.47∙109
anni. Pertanto la composizione isotopica risulta variabile nel tempo. Si
calcola facilmente che circa due miliardi di anni fa la percentuale di U235
(arricchimento) era pari al 3% (ossia all'incirca quella degli odierni
reattori nucleari ad acqua). Nella Figura 1 è rappresentato in rosso l'arricchimento
dell’uranio naturale in funzione del tempo; nell’intersezione con la linea
verde l’arricchimento all’epoca dei reattori di Oklo, nell’intersezione con
la linea tratteggiata in blu quello attuale[2].
Figura 1 Poiché
l’unico processo conosciuto che porta ad una riduzione del contenuto di U235
è la fissione nucleare, i tecnici francesi teorizzarono la presenza di alcuni
reattori nucleari due miliardi di anni prima. Naturalmente la formazione dei
reattori poteva anche essere anteriore, tuttavia i depositi sedimentari di
uranio della regione di Oklo hanno richiesto, per la loro formazione, il
trasporto per mezzo dell'acqua di ioni uranili (UO2++)
reso possibile, in quanto l’uranio è insolubile in acqua priva di ossigeno,
dalla presenza di batteri ossigeno-produttori, (che non esistevano prima di
circa due miliardi di anni fa). Si
è calcolato che, in tali depositi, abbiano subito fissione nucleare circa 5
tonnellate di U235, con una produzione di 6 tonnellate di prodotti
di fissione e 2.5 tonnellate di plutonio, con un rilascio di energia di circa
108 MWh (ossia l’energia elettrica che un impianto da 1000 MWe
produce in oltre 11 anni di funzionamento!). Probabilmente
i reattori di Oklo hanno lavorato in modo pulsato, a livelli medi di potenza
di 0.01 MW, per tempi dell’ordine del milione di anni. Il meccanismo che si
può ipotizzare è il seguente: il calore provocava l'evaporazione l’acqua che
aveva assolto la funzione di moderatore, interrompendo la reazione che
ripartiva solo in presenza di altra acqua. Evoluzione storica del sito di Oklo Ulteriori
conferme all’ipotesi della pregressa esistenza di reattori nucleari
"naturali" si sono avute dall’analisi delle distribuzioni
isotopiche di alcuni elementi, che si avvicinava molto più a quella originata
dalla fissione dell’uranio che non a quella riscontrata in natura. Tale
analisi ha inoltre consentito di stimare l’età dei reattori. La storia del
sito di Oklo può essere divisa in quattro tappe: -
fase di mobilizzazione dell’uranio, iniziata circa 3.5 miliardi di anni fa; -
formazione dei reattori, circa 2.8 miliardi di anni fa; -
entrata in funzione dei reattori, circa 2 miliardi di anni fa ; -
movimentazione dei prodotti di reazione, negli ultimi 2 miliardi di anni. Tali
stime sono state possibili grazie all’utilizzo di opportuni
"orologi" radioattivi (U238, etc.). In
particolare un indice molto chiaro di quello che era avvenuto si era avuto
dall’analisi dell’abbondanza isotopica dei minerali presenti nel sito: gli
isotopi del neodimio (in particolare Nd142, e Nd143) e
del rutenio (in particolare il Ru99 e Ru100)
dimostravano un’abbondanza isotopica molto più vicina a quella originata
dalla fissione dell’U235 rispetto a quella naturale. In Figura 2 sono riportati i resti del
reattore fossile numero 15 di Oklo. Sono visibili i residui di colore giallo
di ossido di uranio. I prodotti di fissione ed il plutonio non sono migrati e
sono praticamente rimasti sul posto[3].
Figura 2 Conclusioni I
reattori di Oklo costituiscono un fenomeno naturale raro ed affascinante.
Essi rappresentano un esperimento naturale che, tra l'altro, prova
l’affidabilità del deposito geologico delle scorie nucleari. Si è constatato
che molti prodotti delle reazioni nucleari (gli attinidi, i lantanidi, etc.)
sono rimasti praticamente immobilizzati nel sito fino ad oggi, altri hanno
subito una movimentazione o redistribuzione molto localizzata. E' opportuno
anche ricordare che il sito di Oklo non è certo ideale per il deposito
geologico a causa dell’alta porosità delle rocce e delle grandi quantità di
acqua fluente, capace di mobilizzare prodotti quali il rubidio o il cesio. A
titolo informativo, va rilevato che lo studio del sito di Oklo ha di recente
consentito una scoperta che se confermata sarebbe rivoluzionaria: un team di
tecnici del LANL (Los Alamos National
Laboratory) avrebbe ipotizzato che la costante alfa di struttura fine,
inversamente proporzionale alla velocità della luce (supposta fino ad oggi
una costante della natura), avrebbe subito una riduzione; questo
implicherebbe quindi che la velocità della luce abbia subito
un’accelerazione. Il
fatto che questi reattori nucleari abbiano funzionato per tanto tempo prova
che sia le radiazioni sia le scorie nucleari non hanno distrutto gli
ecosistemi presenti in loco. Bibliografia
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