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· L’INCIDENTE NUCLEARE DI CHERNOBYL · Vincenzo Romanello - Guglielmo Lomonaco - Eleonora Bomboni - Nicola Cerullo ·
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L’incidente
alla centrale nucleare di Chernobyl
(Чорнобиль,
Čornobyl, in lingua ucraina), avvenuto il 26 aprile del 1986 (alle
01:23:58 ore locali) in Ucraina (allora Unione Sovietica) al reattore numero
4 (la Figura 1 mostra una vista recente da satellite della centrale nucleare
di Chernobyl), rappresenta il più grave evento nella storia delle
applicazioni pacifiche dell’energia nucleare. L’impianto
era composto da 4 reattori da 1000 MWe ognuno, e produceva circa
il 10 % dell’energia elettrica ucraina. Il primo reattore fu commissionato
nel 1977, il secondo nel 1978, il terzo nel 1981, ed il quarto (quello che
subì l’incidente) nel 1983. Si trattava di reattori del tipo RBMK-1000
(РБМК -
Реактор
Большой Мощности
Канальный, ossia Reaktor
Bolshoi Moshchnosty Kanalny, che
significa ‘reattore di grande potenza a canali’), prodotti solo in
Unione Sovietica. Fu progettato per produrre principalmente plutonio ma anche
energia. Utilizzava acqua naturale per il raffreddamento e grafite come
moderatore dei neutroni: in tale configurazione era possibile adoperare
l’uranio naturale quale combustibile (il fatto di non richiedere né uranio
arricchito né acqua pesante abbassava notevolmente i costi di costruzione ed
esercizio), anche se nel caso del reattore n. 4 l’uranio era debolmente
arricchito (circa il 2 %). Tale
configurazione tecnica faceva si che il reattore presentasse un coefficiente di vuoto positivo,
rendendolo instabile e pericoloso.
Figura 1 Nei
reattori di tipo occidentale infatti l’acqua leggera (H2O) svolge
contemporaneamente il ruolo di refrigerante del nocciolo e moderatore dei
neutroni (e per tale motivo necessitano di essere alimentati con uranio
debolmente arricchito). Nel caso manchi il refrigerante per qualsiasi motivo
la reazione a catena tende quindi a spegnersi (mancando anche il moderatore
dei neutroni(1)). Per tale motivo i reattori di tipo
occidentale sono tutti intrinsecamente
sicuri. Poiché
la sezione di cattura per assorbimento dell’acqua ordinaria è circa 100 volte
maggiore di quella della grafite, ne consegue che nell’RBMK l’acqua è un
‘veleno’ neutronico, in mancanza del quale la reazione subisce una
’accelerazione’. Questo è il significato del termine ‘coefficiente di vuoto
positivo’ (e si parla quindi, a differenza dei reattori occidentali, di instabilità intrinseca). Tale tipo di
macchina non ha analoghi fra i reattori di potenza del mondo occidentale,
perchè non avrebbe ottenuto mai la licenza di esercizio (licensing). La
scelta poi di consentire la produzione di plutonio di grado militare in un
reattore adibito ad usi civili fu particolarmente infausta. Per tale fine
infatti fu necessaria l’introduzione di grandi gru sopra il nocciolo del
reattore per consentire la movimentazione del combustibile ‘in linea’ (senza
spegnere il reattore). Questo portò inevitabilmente alla realizzazione di
edifici di contenimento molto alti (oltre 70 metri), che fu impossibile
realizzare con le dovute caratteristiche di robustezza e tenuta ai fini della
sicurezza nucleare (contrariamente a quanto avveniva nel mondo occidentale).
L’edificio di contenimento infatti aveva tutte le caratteristiche di una
normale costruzione civile (volte a capriata, come le nostre chiese
medioevali). La produzione di plutonio militare inoltre richiedeva di
esercire gli impianti a temperature troppo alte per il mantenimento degli
standard di sicurezza (infatti a regime la temperatura della grafite era di
600 °C, con punte di 700 °C, superiori alla soglia di reazione aria-carbonio
e prossimi alla soglia della reazione acqua-carbonio). C’era
inoltre un difetto di progettazione nelle barre di controllo: queste infatti
terminavano con degli estensori di grafite di circa un metro, che quando
venivano inseriti rimpiazzavano l’acqua, aumentando quindi, seppur per pochi secondi,
il tasso di produzione di energia (invece di cominciare a ridurlo
immediatamente). Tale comportamento delle barre è controintuitivo ed era
ignoto agli operatori. Si aggiunga infine che l’accoppiamento di acqua e
grafite risulta particolarmente pericoloso in caso di incidente: ad alte
temperature infatti questi reagiscono formando miscele esplosive. (1) La sezione di cattura
dell’uranio 235 – parametro che indica il rateo di fissioni e quindi di
produzione di energia-, isotopo fissile dell’uranio, è alta per neutroni
‘termici’, ossia rallentati ad energie dell’ordine di 0,025 eV. Alla nascita
per fissione questi possiedono energie dell’ordine di 2 MeV (milioni di eV!):
la sezione di cattura a tali energie è molto più bassa. Di conseguenza, se i
neutroni non vengono ‘moderati’ la reazione a catena si ‘spegne’
Figura 2 Si
aggiunga che gli operatori non erano a conoscenza dei problemi del reattore e
non erano opportunamente qualificati per i reattori del tipo RBMK-1000: il
direttore V.P. Bryukhanov aveva esperienza su impianti a carbone, come anche
Nikolai Fomin, che aveva esperienza su impianti convenzionali; anche Anatoliy
Dyatlov aveva solo una limitata esperienza con i reattori nucleari, per lo
più di piccola taglia per applicazioni sommergibilistiche. L’incidente
avvenne nel corso di una prova volta a verificare la possibilità di
alimentare i sistemi di sicurezza durante il rallentamento del
turbogeneratore in seguito a distacco dalla rete. Questa prova era stata
richiesta ad altre centrali nucleari, ma avevano tutte rifiutato dato l’alto
rischio. La titolarità dell’esperimento per lo più fu affidata a quello che
verrà definito dalla stampa “il folle ingegnere elettrotecnico”, convinto di poter
trattare l’impianto in maniera del tutto convenzionale. Il direttore
Bryukhanov era uno specialista di turbine, ma purtroppo ignorante in campo
nucleare: era stato promosso a titolo di direttore della centrale per ‘meriti
di partito’, e tendeva a sostituire gli esperti di centrali nucleari con
tecnici provenienti da centrali termiche convenzionali. La situazione è del
tutto diversa nell’impianto di Three
Mile Island (USA): lì è presente una sala controllo da esercitazione
uguale a quella vera, dove i tecnici vengono addestrati per anni, al pari di
un pilota di un aereo di linea. I
reattori come quello di Chernobyl hanno due sistemi diesel di emergenza, non
attivabili istantaneamente. Quello che si voleva verificare era la
possibilità alimentare le pompe grazie all’inerzia della turbina durante
l’avvio dei generatori diesel. Il test era già stato condotto su un altro
reattore (ma con tutti i sistemi di sicurezza attivati), con esito negativo.
Fermato il turbogeneratore venne isolato il circuito di raffreddamento di
emergenza, che avrebbe potuto invece abbassare rapidamente il contenuto di
vapore nel circuito e forse evitare l’esplosione: si rivelò un errore
madornale, dovuto a ignoranza della fisica nucleare e dei fenomeni che
avvengono all’interno del reattore (o ad estrema ed ingiustificabile
presunzione). Per una serie di circostanze la potenza del reattore fu ridotta
a soli 30 MWth, ma si scelse comunque di non spegnere il reattore
e continuare la prova: qualunque tecnico non digiuno di fisica nucleare
avrebbe immediatamente capito l’estrema pericolosità della mossa. Durante la
fissione nucleare infatti si forma un potente veleno neutronico, lo xeno-135.
Quest’ultimo ad alti regimi di potenza viene consumato dallo stesso flusso
neutronico del reattore (a sua volta direttamente legato alla potenza erogata
dal reattore), ma a bassa potenza tende ad accumularsi. Per contrastare tale
avvelenamento furono estratte le barre di controllo in maniera quanto meno
avventata: le prescrizioni di sicurezza raccomandavano di lasciarne inserite
almeno 28÷30, all’epoca dell’incidente le barre inserite si rivelò che erano
solo 6÷8! Il personale, dati i ritardi con cui era iniziata la prova,
aspirava a terminare presto il test (e questo contribuì a far precipitare gli
eventi). Iniziò a formarsi del vapore nelle pompe, diminuendo la portata
d’acqua nei canali principali, che, per i motivi visti, portò ad un aumento
del tasso di reattività (ossia del rateo di fissioni nucleari, direttamente
proporzionali alla potenza termica prodotta dal reattore). Si decise allora
di inserire le barre di controllo precedentemente incautamente estratte, ma a
causa della lentezza di inserimento (18÷20 secondi) e dei follower di grafite che rimpiazzavano
l’acqua (vedi sopra), ci fu un aumento di reattività pari a 0,5 β(2), ed inoltre l’inserimento proseguì per soli 2,5 metri (invece che per
i 7 metri di altezza del reattore – i canali si erano ormai deformati!). Fu
la goccia che fece traboccare il vaso della pazienza del reattore (la Figura
2 mostra una vista aerea dell’unità n. 4 della centrale di Chernobyl in
seguito all’incidente). Ci
fu una escursione di potenza pari ad oltre 100 volte quella nominale del
reattore, e si verificarono delle reazioni chimiche che portarono alla
formazione di gas esplosivi (idrogeno e metano) in seguito al contatto
dell’acqua con lo zirconio e la grafite. La piastra superiore, del peso di
500 tonnellate, fu sollevata e sbalzata. Il livello di radioattività (ovvero
l’esposizione) nell’unità salì a 1000-1500 Roentgen/ora(3), ma il personale disponeva di strumenti con fondo scala di 1
milliRoentgen/ora. Gli strumenti con fondo scala opportuno giacevano chiusi a
chiave in un edificio coperto dalle macerie. Lo scenario che ne seguì fu
tragico, e solo l’eroismo delle squadre di soccorso consentì di spegnere
l’incendio. Bruciò il 10 % della grafite contenuta nel reattore, che causò la
colonna di fumo che si levò fino a 1200 metri di altezza, grazie alla quale
le sostanze radioattive furono sparse in tutta Europa (i primi ad accorgersi
dell’incidente furono gli Svedesi). Si stima ci fu un rilascio di
radioattività di 50 milioni di curie (1 Curie = 3,7·1010 Becquerel, unità di
misura della attività (ossia del numero di disintegrazioni al secondo). 1
curie equivale all’attività di 1 grammo di radio (mentre 1 Bequerel
rappresenta 1 disintegrazione al secondo) (la Figura 3 mostra la foto della
colata di "lava" nucleare dell’impianto di Chernobyl. Nella foto: 1 rappresenta la colata lavica, 2 il calcestruzzo, 3 la tubazione del vapore, e 4 dell’attrezzatura elettrica). Il
tribunale condannò Viktor Bryukhanov, Nikolai Fomin, e Anatoliy Dyatlov(4) a 10 anni di reclusione con sentenza definitiva e senza alcuna
possibilità di ricorso. (2) β rappresenta la
frazione di neutroni ritardati nella fissione nucleare. Nonostante la grande
maggioranza dei neutroni vengano emessi istantaneamente, una piccola frazione
pari allo 0,65 % del totale nell’uranio 235, viene emessa nell’arco di
qualche decina di secondi. Tale frazione è determinante per il controllo del
reattore (che viene progettato in maniera tale da essere critico grazie al
contributo dei neutroni ritardati). Una situazione molto pericolosa da
evitare è quella in cui si ha un reattore ‘pronto critico’, ossia quando la
criticità viene raggiunta indipendentemente dalla frazione di neutroni
ritardati (data la moltiplicazione esponenziale delle fissioni) (3) Il Roentgen misura l’esposizione
alle radiazioni ionizzanti, ovvero la capacità di ionizzazione che può essere
prodotta in seguito ad una determinata esposizione a raggi x o gamma. 1
Roentgen equivale, in unità SI, alla quantità di radiazione capace di
produrre una carica di 2,58·10-4 coulomb in 1 Kg di aria secca. Le dosi
generalmente coinvolte nelle normali operazioni sono dell’ordine dei
milliRoentgen/ora. Per i tessuti molli e radiazioni elettromagnetiche è: 1
Roentgen ≈ 1 Rad = 1 REM. I
primi effetti sul corpo umano si cominciano ad osservare per equivalenti di
dose di 5 REM (0,05 Sievert) (4) Anatoliy Dyatlov fu rilasciato
dopo cinque anni di prigionia. Scrisse un libro in cui sosteneva che la causa
primaria dell’incidente risiedeva nel progetto sbagliato dell’impianto, non
nel comportamento degli operatori. Nel 1995 morì a causa di una esposizione
pari a 5,5 Sievert (550 REM) cui fu sottoposto durante l’incidente
Figura 3 In
seguito venne costruito un sarcofago per il ricoprimento dei resti del
reattore. La sua struttura non è particolarmente solida, e si teme il tetto
possa collassare in seguito ad evento sismico anche non particolarmente
forte, con ulteriore rilascio di materiale radioattivo. La forte umidità
presente continua ad erodere il calcestruzzo ed il ferro di costruzione. Nel
1997 è stato quindi costituito un fondo (Chernobyl
Shelter Fund) al G7 di Denver per l’implementazione di un nuovo edificio
di contenimento dell’impianto (la Figura 4 mostra la Rappresentazione del Nuovo Confinamento Sicuro che dovrà
sostituire l’attuale sarcofago). Si stima il suo costo sarà di 768 milioni di
dollari, sarà costruito ex-situ e poi fatto ‘scivolare’ sopra il sarcofago, e
dovrebbe venire terminato (dal consorzio Becthel-EdF) nel 2009. Sulle
conseguenze sanitarie dell’incidente non c’è accordo fra i vari organismi che
si sono occupati della tematica(5). I morti immediati (nel corso del primo
anno dall’incidente) furono 31 (di cui uno d’infarto). Stimare le reali
conseguenze dell’incidente con stime realistiche è virtualmente impossibile,
poiché non è possibile provare quali siano le cause che hanno originato un
cancro che porta al decesso(6). Infine vale la pena di sottolineare che,
secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, molti dei casi di tumori
solidi e leucemia attesi non si sono verificati. (5) In realtà alcune stime
‘catastrofiste’ si basano sul principio di linearità senza soglia. Trattasi
di un principio adottato dalla prassi radioprotezionistica per motivi
prudenziali, ma del tutto privo di fondamento scientifico. Sono ben noti infatti
gli effetti delle radiazioni ad alti equivalenti di dose, ma è praticamente
impossibile investigarne in maniera deterministica gli effetti a basse dosi.
Il principio di linearità senza soglia appare del tutto irragionevole, perché
non ammette il ricupero da parte dell’organismo e la riparazione dei tessuti.
In termini semplici equivale a dire che se distribuisco carezze a un milione
di persone o pugni ad un centinaio, gli effetti sanitari sono gli stessi! (6) Ad esempio la dose assorbita mediamente
dalla popolazione italiana è stata pari a quella di una comune radiografia,
ma meno pericolosa perché ‘diluita’ nell’arco di una settimana. La
proibizione del consumo di verdure a foglia larga fu imposta per precauzione:
in realtà esse presentavano una attività pari a 4 microcurie al Kg, da
confrontare con la radioattività del corpo umano (del tutto naturale, dovuta
agli isotopi radioattivi del potassio e del carbonio) dell’ordine del
microcurie!
Figura 4 |
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